Elezioni USA 2020: 4 domande a Dino Amenduni sulla Campagna Elettorale americana 0

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Dobbiamo ammetterlo, siamo tutti ancora un po’ scossi dal risultato delle elezioni negli Stati Uniti. Un’agguerrita campagna elettorale che ha visto i due sfidanti, Donald Trump e Joe Biden, scontrarsi senza tregua, fino alla fine… e anche oltre.

Su questo tema e in questo caso, però, mi sono permesso di chiedere per Fantapolitico.it un parere a uno dei più importanti esperti, in Italia, di Comunicazione Politica. Una di quelle persone che tutte le agenzie di comunicazione vorrebbero avere nella loro équipe.

Dino Amenduni, classe ‘84, laurea in Psicologia e master in Marketing, è socio, comunicatore politico e strategic thinker di Proforma, agenzia di comunicazione di Bari. Insegna Comunicazione Politica ed elettorale all’Università degli Studi di Perugia.

Dino, innanzitutto grazie per la disponibilità. Cosa ti ha colpito di questa campagna elettorale americana?

Ciao Gabriele, e grazie a te per l’opportunità. Il dato che mi ha colpito maggiormente riguarda l’affluenza: oltre il 70% degli aventi diritto hanno votato, raggiungendo livelli che per gli Stati Uniti (paese in cui non c’è una grandissima tradizione di corsa al voto) non si vedevano da un secolo. Questo dato, oltre a essere una buona notizia in generale per la democrazia, ha a mio avviso anche un forte valore ‘pedagogico’, nel senso che mette in evidenza due elementi centrali che a cascata possono aiutare a comprendere meglio i fattori decisivi dell’intera campagna elettorale.

In primo luogo l’alta affluenza dimostra, per l’ennesima volta, che gli elettori hanno piena coscienza del loro ruolo e del loro potere: davanti a un’elezione che oggettivamente rappresentava uno spartiacque per il futuro della nazione, in cui non c’era semplicemente un confronto tra candidati ma anche tra due visioni diverse di cosa vuol dire essere leader di una nazione e delle politiche da adottare per guidarla al meglio, i cittadini americani hanno compreso il senso storico del momento e hanno deciso di farsi sentire.

In secondo luogo, seppur in modalità indiretta, ha ribadito la supremazia della politica sulla comunicazione. Trump ha ottenuto quasi nove milioni di voti in più rispetto al 2016 e Biden circa 10 milioni in più di voti rispetto a Hillary Clinton. Parliamo di un aumento di oltre il 15% della propria base elettorale: un dato che non può essere certamente spiegato solo con una buona campagna elettorale da parte dei candidati o con l’utilizzo di sofisticate tecniche di comunicazione politica: gli elettori sono andati a votare “a prescindere”.

Ecco, quali differenze trovi tra questa campagna elettorale e quella del 2016?

La differenza più rilevante, secondo me, sta maturando proprio in questi giorni: dopo la vittoria di Trump si parlò di primato delle fake news, di influenza russa, del “presidente Twitter” e di tutta una serie di motivazioni più o meno strampalate per spiegare l’inattesa vittoria del presidente uscente. Ora questi argomenti sono letteralmente scomparsi dal dibattito pubblico, ma è assolutamente irragionevole pensare che le potenze straniere fossero distratte rispetto all’esito delle elezioni americane del 2020, che la disinformazione sia scomparsa dalla scena o che i social media (e soprattutto il rapporto di co-dipendenza coi mezzi tradizionali che stiamo sperimentando in questi anni) non conti più. La verità che mi pare stia emergendo è che queste variabili, pur importanti, spiegavano il successo di Trump nel 2016 in modo molto parziale e comunque minore rispetto all’importanza che era stata attribuita ai tempi mentre ora, per fortuna, stanno tornando a essere ricollocate nella giusta dimensione. Certo, sarebbe stato più sano non dover aspettare la vittoria di Biden, né è possibile escludere che in caso di riconferma di Trump non si sarebbero usate le stesse (sbagliate) lenti di osservazione della realtà che sono andate di moda negli ultimi anni.

Secondo te, l’offensiva mediatica finale di Trump, oltre ad alimentare la tensione, è servita a qualcosa a livello comunicativo?

Gli exit poll pubblicati dal New York Times (qui una sintesi) dicono che il 54% degli elettori che hanno deciso per chi votare nell’ultima settimana hanno scelto Trump e solo il 40% hanno scelto Biden, quindi Trump è risultato più efficace alla fine della campagna elettorale. Allo stesso tempo gli elettori che si dichiaravano ancora indecisi nell’ultima settimana erano solo il 5% del totale. Questo dato è molto diverso da ciò a cui da anni siamo abituati in Italia, paese dove oramai quasi un terzo degli elettori scioglie la propria riserva nelle ultime tre settimane, e ci dice che probabilmente i giochi erano già fatti da tempo (non a caso, i sondaggisti in questa tornata sono stati assai più precisi rispetto al 2016). Il post-elettorale di Trump è invece (purtroppo) assolutamente previsto e prevedibile, ma secondo me non tiene conto a sufficienza di un dato: il successo di Biden, che appariva addirittura improbabile dopo l’election-night del 3 novembre e che via via è andato consolidandosi, alla fine risulterà piuttosto largo in tutti gli indicatori. Biden non solo sarà largamente avanti nel voto assoluto e supererà il 50% dei voti su scala nazionale, ma potrebbe superare anche i 300 grandi elettori: a quel punto la ricerca del broglio apparire sempre più inverosimile. Un conto è che tutto fosse dipeso da poche centinaia di voti in un singolo Stato, ma il quadro attuale è ben più difficile da mettere in discussione.

Al di là del vincitore, quale strategia di comunicazione ti è sembrata migliore tra i due candidati?

Non essendo artisti ma tecnici, e considerando gli ordini di grandezza, direi che la campagna migliore è quella che fa vincere il candidato: Biden ha dunque adottato scelte strategiche migliori rispetto a Trump perché ha vinto le elezioni, peraltro battendo il presidente in carica (cosa che non succedeva dal 1992): tutti i tecnicismi vengono dopo, almeno per questa volta.

 


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